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E le cose

Lampada – La fedele amica del minatore

Inviato da / Send by: MINE museo delle miniere e del territorio di Cavriglia

Questa lampada fa bella mostra di sé nella sala dedicata alle miniere in galleria, perché la storia delle miniere del Valdarno è lunga, 150 anni di estrazione di lignite, parente povero del carbone.

Le lampade più comuni usate nelle miniere di Cavriglia erano quelle ad acetilene o a carburo. Avevano un compito molto pratico: portare un po’ di luce nel sottosuolo. Servivano soprattutto per infondere sicurezza e coraggio necessari ad affrontare l’oscurità e le mille insidie delle gallerie umide e inospitali. Ogni minatore aveva in dotazione la propria lampada che tirava a lucido, riforniva di carburo e acqua e ne controllava la chiusura.

Le lampade erano di tanti tipi, alcune erano prodotte dalle più importanti fabbriche di lampade italiane come la Santini di Ferrara, la Ricceri di Follonica e la Fratelli Acuti di Casale Monferrato. Essendo però un oggetto abbastanza semplice da realizzare, alcuni minatori provvedevano da soli alla creazione.

Anche il carburo era di facile reperimento. Uno dei principali fornitori era la miniera stessa, che spesso abbondava nel quantitativo che dava agli operai che portavano a casa i rimasugli; c’erano poi i negozi che vendevano di tutto un po’ e anche il combustibile. Lo usavano anche i ragazzi per giocarci, riempivano un barattolino e lo mettevano sotto terra per farlo esplodere. L’odore dell’acetilene ricordava molto quello dei capi d’aglio.

La fiammella bianca e brillante che veniva sprigionata dal beccuccio aveva però un difetto: poteva esplodere, soprattutto se entrava in contatto con il grisou, un gas inodore e incolore legato ai processi di trasformazione della lignite dalla quale si sprigiona al momento dell’estrazione. In queste esplosioni poteva capitare che fossero coinvolti i minatori stessi con conseguenze drammatiche, a volte mortali. Per limitare questo problema nelle miniere erano presenti anche altre lampade. Uno di questi modelli era la lampada “Friemann Wolf”, alimentata a benzina e usata soprattutto nelle camere di abbattimento.

Le altre lampade erano quelle elettriche a batteria, nonostante fossero lampade sicure per quanto riguarda le esplosioni – non avevano una fiamma libera – avevano però altri difetti tra cui il peso eccessivo e varie imperfezioni di tipo costruttivo. Ciò ne limitò l’uso relegandole a lampade di riserva o di sicurezza. Questa tipologia veniva ricaricata alla lampisteria San Paolo nei pressi della miniera di Santa Barbara.

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